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Naples

Prima di raccontarvi dei napoletani emigrati a Milano bisognerebbe raccontare dell’emigrazione e di tutti i suoi perché. Quella nuova. Quella dei trolley che hanno sostituito nell’ultimo decennio i cappotti, le borse di pelle, le valigie di cartone e i monolocali abitati da 7 persone negli anni ’50 e ’60.
C’era la nebbia ai tempi delle valigie di cartone e forse pure ai tempi dell’immigrazione col cappotto, quella dei laureati in economia che  venivano a fare il master alla Bocconi e che trovavano lavoro nel settore finanz iario, quelli che a Napoli non stavano male ma che cercavano qualcosa di meglio.
Ora la nebbia non c’è più, almeno in città, perché hanno coperto i fiumi e perché l’urbanizzazione ha modificato il clima cittadino. Le nebbie sono diventate più dense al Sud dove, finito un altro fiume, quello di denaro proveniente dall’Europa e speso malissimo dalle Regioni, in tanti hanno deciso di fuggire. Il fenomeno migratorio verso Londra è storia nota. Tra le mete più ambite restando in territorio nazionale c’è ovviamente Milano.

 

La prospettiva di cercare fortuna come “migrante non straniero” è troppo allettante. Inoltre la nuova emigrazione non è fatta solo di ragazzi giovanissimi o comunque under 25, quelli che per esempio cercano lavoro nei bar di Londra o nei ristoranti di Tenerife, ma anche e soprattutto da trentenni che subiscono di più il fascino di una città molto particolare. Una città dove, nell’immaginario collettivo, il lavoro paga, il merito anche, dove si può lavorare e ci si può pure divertire.
In realtà ci sono immaginari collettivi discordi. Quando nel 2013 iniziai il mio primo periodo milanese, un conoscente mi disse con sguardo sbigottito: “Vuoi andare lì? Ma lì si fatica solo”. Chiuso quel periodo dopo pochi mesi, tornai a lavorare in Campania e dopo un anno ancora ripensai alle parole del mio conoscente avellinese. Non ci fu più occasione di rispondergli: “A Milano si fatica solo? Qui si fatica solo!!!” Qui – o per me, ormai, lì – al Sud dove il lavoro è considerato un privilegio tanto grande da configurare lo scenario “siccome ti pago devi lavorare sempre, non ci sono orari, né turni, né diritti”.
A chi di voi non è capitato? Succede in tutti i settori o quasi. Ecco il perché di una immigrazione variegata e trasversale. Un’immigrazione frutto di una considerazione di stampo inglese in lingua francese, una di quelle considerazioni che vengono fuori dallo sguardo rivolto ai piatti della bilancia e dal pensiero rivolto a chi ti dà lavoro facendotelo poi scontare caro e amaro tra illusioni, prediche e progetti: “Ma nun ce scassate ‘o cazz!” (Dario De Simone)

Affollano via Marina con i loro autobus, carichi, stracolmi. Di domenica o nei giorni festivi. Sono i pugliesi, turisti specializzati nel mordi e fuggi: mordi le bellezze di Napoli in poche ore, fuggi poi a Bari, Brindisi e Lecce. Bravi i tour-operator locali che vendono migliaia di questi pacchetti verso Napoli e dintorni. Tutto bello, sono amici del Sud, sono la California d’Italia. Ma una domanda sorge spontanea: perché i pugliesi si limitano a trascorrere qui poche ore mentre noi andiamo in Puglia per almeno una settimana spendendo cifre ben superiori a quelle che incassiamo grazie alla loro presenza estemporanea? Perché lì si va a passare l’estate, si direbbe. Vero, allora c’è qualcosa che non va.

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