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maggio 2018

Raccontare il successo raggiunto da persone disabili con il linguaggio dell’Arte, ma combattere anche il fenomeno del bullismo nei confronti dei piu fragili, attraverso la vicinanza tra ragazzi abili e abili diversamente. Questi gli obiettivi della mostra itinerante, Abili oltre… in Viaggio, allestita nella Stazione Fs Mergellina, a Napoli. L’esposizione presenta 12 progetti grafici realizzati dal Laboratorio integrato di ragazzi, abili e non, del liceo artistico Enzo Rossi di Roma. Jacob Barnet, autistico di 16 anni, che sta conseguendo un master in fisica quantistica presentando un quoziente intellettivo superiore a quello di Einstein; Massimiliano Sechi, campione del mondo di giochi elettronici competitivi, focomelico privo di braccia e gambe; Simona Atzori, priva di braccia dalla nascita, che ha intrapreso con successo l’attivita’ di pittrice e ballerina classica. Sono 3 dei 12 personaggi con disabilita’, diventati famosi in vari campi come lo sport, l’arte, la tecnologia, la cultura, lo spettacolo. “La mostra ha lo scopo di affermare il valore del lavoro per tutti e la necessita’ di ripensare a una produttivita’ economica orientata all’inclusione – ha spiegato il presidente di Abili oltre, Marino D’Angelo”. “L’effetto indotto – continua il presidente – di questa vicinanza con la difficolta’ fa saltare gli schemi del bullismo. Abbiamo riscontrato che questo lavoro è la chiave di volta dal punto di vista dell’educazione per avvicinarsi ad una società che è dell’accoglienza”. Abili Oltre e’ la smart community che, con la FirstSocialLife, Adapt e Ferrovie dello Stato Italiane, ha reso possibile l’evento che a Napoli cbiude il tour dopo Milano, Torino, Roma e Reggio Calabria. Diverse le iniziative legate al progetto, come: l’allestimento di un Help Point per l’orientamento, la consulenza e l’assistenza di Start up Terzo Settore, e il progetto “Abili Oltre… in Azienda”, che prevede successivamente l’installazione della Mostra nelle sedi centrali delle maggiori imprese e aziende nazionali ed internazionali, operanti con il coinvolgimento di manager, lavoratori, stakeholder interni e esterni in un percorso di sensibilizzazione per la formazione del disabilty management. Tra i presenti, Giulio Romani, presidente First Cils.

Come guadagnare con il turismo a Napoli? Facendo pagare gli ingressi alle tante meraviglie nostrane. Castel dell’Ovo, per esempio, prevede un ingresso gratuito. E se i suoi cannoni sparassero un euro a visitatore quanto tornerebbe alla città? Va considerato che il Castello è ancora di proprietà del Demanio quindi dello Stato centrale e il Comune paga un canone di locazione per la concessione. Nel corso dei secoli, il luogo ha avuto diverse destinazioni: convento, residenza reale fortificata, prigione, fino a Castello così come appare oggi, realizzato durante il vicereame spagnolo dal 1503 fino al 1700. Se fosse un piccolo “tesoro” per la città? Quelle stanze, le celle, le scale, la terrazza: le regaliamo. Come siamo buoni. O fessi.

 

Prima di raccontarvi dei napoletani emigrati a Milano bisognerebbe raccontare dell’emigrazione e di tutti i suoi perché. Quella nuova. Quella dei trolley che hanno sostituito nell’ultimo decennio i cappotti, le borse di pelle, le valigie di cartone e i monolocali abitati da 7 persone negli anni ’50 e ’60.
C’era la nebbia ai tempi delle valigie di cartone e forse pure ai tempi dell’immigrazione col cappotto, quella dei laureati in economia che  venivano a fare il master alla Bocconi e che trovavano lavoro nel settore finanz iario, quelli che a Napoli non stavano male ma che cercavano qualcosa di meglio.
Ora la nebbia non c’è più, almeno in città, perché hanno coperto i fiumi e perché l’urbanizzazione ha modificato il clima cittadino. Le nebbie sono diventate più dense al Sud dove, finito un altro fiume, quello di denaro proveniente dall’Europa e speso malissimo dalle Regioni, in tanti hanno deciso di fuggire. Il fenomeno migratorio verso Londra è storia nota. Tra le mete più ambite restando in territorio nazionale c’è ovviamente Milano.

 

La prospettiva di cercare fortuna come “migrante non straniero” è troppo allettante. Inoltre la nuova emigrazione non è fatta solo di ragazzi giovanissimi o comunque under 25, quelli che per esempio cercano lavoro nei bar di Londra o nei ristoranti di Tenerife, ma anche e soprattutto da trentenni che subiscono di più il fascino di una città molto particolare. Una città dove, nell’immaginario collettivo, il lavoro paga, il merito anche, dove si può lavorare e ci si può pure divertire.
In realtà ci sono immaginari collettivi discordi. Quando nel 2013 iniziai il mio primo periodo milanese, un conoscente mi disse con sguardo sbigottito: “Vuoi andare lì? Ma lì si fatica solo”. Chiuso quel periodo dopo pochi mesi, tornai a lavorare in Campania e dopo un anno ancora ripensai alle parole del mio conoscente avellinese. Non ci fu più occasione di rispondergli: “A Milano si fatica solo? Qui si fatica solo!!!” Qui – o per me, ormai, lì – al Sud dove il lavoro è considerato un privilegio tanto grande da configurare lo scenario “siccome ti pago devi lavorare sempre, non ci sono orari, né turni, né diritti”.
A chi di voi non è capitato? Succede in tutti i settori o quasi. Ecco il perché di una immigrazione variegata e trasversale. Un’immigrazione frutto di una considerazione di stampo inglese in lingua francese, una di quelle considerazioni che vengono fuori dallo sguardo rivolto ai piatti della bilancia e dal pensiero rivolto a chi ti dà lavoro facendotelo poi scontare caro e amaro tra illusioni, prediche e progetti: “Ma nun ce scassate ‘o cazz!” (Dario De Simone)

Affollano via Marina con i loro autobus, carichi, stracolmi. Di domenica o nei giorni festivi. Sono i pugliesi, turisti specializzati nel mordi e fuggi: mordi le bellezze di Napoli in poche ore, fuggi poi a Bari, Brindisi e Lecce. Bravi i tour-operator locali che vendono migliaia di questi pacchetti verso Napoli e dintorni. Tutto bello, sono amici del Sud, sono la California d’Italia. Ma una domanda sorge spontanea: perché i pugliesi si limitano a trascorrere qui poche ore mentre noi andiamo in Puglia per almeno una settimana spendendo cifre ben superiori a quelle che incassiamo grazie alla loro presenza estemporanea? Perché lì si va a passare l’estate, si direbbe. Vero, allora c’è qualcosa che non va.

Domenica 6 maggio (con appuntamento in piazza Dante alle ore 11.00), NarteA presenta Facimmoce ‘a croce: Napoli e i suoi Altarini, itinerario teatralizzato che coniuga il percorso turistico alla pièceteatrale, mostrando la storia e l’evoluzione delle edicole votive, definite in gergo altarini. Questi tabernacoli sono espressione del culto popolare e di riconoscenza nei confronti di santi e madonne, ma pure di fede e idolatrie pagane per calciatori e cantori di quartiere.

Scritto e diretto da Febo Quercia, l’itinerario teatralizzato vede in scena Sergio Del Prete e Valeria Frallicciardi, che alterneranno le loro performance alla spiegazione della guida, conducendo il pubblico nei quartieri del centro storico di Napoli alla scoperta di quei piccoli templi, semplici luoghi di culto, dove sono sedimentate le radici antropologiche del popolo partenopeo.

Riprendendo un’espressione comune, Facimmoce ‘a croce, l’itinerario vuole essere esplicativo di quei particolari elementi di arredo urbano, presenti a Napoli già dalla seconda metà del XVI secolo, che sono ormai diventati parte integrante del tessuto abitativo, soprattutto dell’area di fondazione greco-romana: «Questa visita – spiega l’autore e regista Febo Quercia – vuole evidenziare come le edicole votive siano il segno di una tradizione e di usi ormai scomparsi, tracce di un passato storico, artistico, e religioso. Divenute ormai parti integranti del contesto cittadino, che valorizza i vicoli della nostra città, questi altarini rappresentano il bisogno che il popolo napoletano ha sempre avuto di vedere e sentire una presenza superiore a cui chiedere aiuto e protezione”».

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